Spazi che cambiano, versi che crescono, nella poesia di Arzachena Leporatti

Arzachena è un luogo. Mentre si prepara dietro le quinte della sala animazione della struttura socio-sanitaria “Il Giglio”, con i residenti in un silenzio carico di attesa, la poeta ospite di oggi, Arzachena appunto, ci spiega che il suo nome è una città della Sardegna. Ci stavamo domandando quali storie si nascondessero dietro quel nome, e la storia più bella è di sicuro quella dei suoi genitori, che in passato hanno fatto un viaggio ad Arzachena, innamorandosi della città, tanto da affidarne in seguito il nome alla figlia. E il tema del luogo, dello spazio – sia fisico che simbolico – torna, nelle poesie di Arzachena. Che si sistema subito su una sedia, e da lì canta le sue poesie ad alta voce. È un fiume che scorre, la voce di Arzachena, un fruscio di vento, dolce, che spazza via le nubi di pioggia fuori, un susseguirsi di melodie che rassicurano e incantano. E tra un verso e l’altro, Arzachena ci tiene a spiegarci la storia delle sue poesie, nate nel momento in cui ha lasciato la casa di origine per andare a convivere con il suo ragazzo. Anatomia di una convivenza, la sua prima raccolta, parla di casa, di spazio domestico.

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È la poesia di una minuscola quotidianità, come canta un verso, una poesia di scatti fotografici rubati tra le pareti di casa: in basso la cucina calda / i coltelli affilati / le sagome di noi che cuciniamo cose semplici / sopra il salotto / il divano morbido dove ti ritiri dentro di me. È la poesia del corpo, anzi, di corpi in trasformazione nella convivenza, da anfore conche e vuote / fianchi cavi e liberi / case vuote in cerca di affittuari a scatole piene di oggetti / stanze gremite di gesti inconsueti / mani colme di doni quotidiani.

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È la poesia del corpo amato, dove i versi celebrano i piccoli dettagli di piedi storti che combaciano con le mattonelle rotte, caviglie risucchiate, il corpo che ondeggia, e le gambe si fanno radici domestiche cresciute tra il tappeto e i cuscini. Sono versi in cui l’amore diventa una questione di equilibri tra i corpi, la voce di un io che si prende cura cantando se vuoi ti tengo il petto con tutte e due le mani / ti faccio l’equilibrio per non cadere. Arzachena si interrompe per commentare che si tratta di poesie semplici, cristalline nel loro significato: “Non hanno titolo, i versi non iniziano con la lettera maiuscola”, prosegue, quasi a suggerire che somigliano più a un dialogo continuo, ad alta voce, in versi, con il tu amato – e con sé stessa. Gli spazi da ristrutturare infatti, precisa Arzachena, non sono solo quelli della casa di cemento, ma anche della casa “interna”, intima, la parte profonda di sé, che impara a vivere e viversi in forma nuova, quasi (canta un verso) ingurgitata e deglutita in un fascio di luce. E questa forma nuova, di vita e di sé, coincide con la scelta della forma poetica: prima di questa raccolta, infatti, Arzachena aveva scritto solo prosa, soprattutto racconti. L’esperienza della convivenza ha dato vita a“una urgenza di comprimere in uno spazio piccolo, breve, come quello della poesia, tante nuove sensazioni”, confida Arzachena, “costruendo un flusso di pensieri in versi”. E questo flusso in versi solleva una riflessione tra il pubblico, che si domanda se sia cambiato il rapporto con lo spazio di casa dopo aver scritto le poesie. La risposta è no, ma, aggiunge Arzachena, “forse ne nasceranno altre, di poesie, dal nuovo rapporto con gli oggetti”. È quasi una poesia in divenire, quella di Arzachena. E questa sensazione di seme che germoglia la sente bene Roberta, quando commenta assieme a noi, alla fine dell’incontro, che Arzachena è “un albero a legno verde”, come quelle fratture che avvengono nei bambini piccoli, “un ramo che sta crescendo”. È fresca, Arzachena, nei suoi versi “si sente la freschezza che sta maturando”, riflette Roberta, “si sentono cose importanti dette in modo leggero. E si sente tanto ribollire, dentro, tanto altro”. E allora noi questo tanto altro in divenire lo aspettiamo, pronti ad accogliere ancora Arzachena, al di fuori del suo spazio-casa, nello spazio condiviso delle nostre domeniche, con altra nuova poesia.

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E ci rivediamo domenica 5 maggio alle 16 per un incontro molto speciale, assieme a Enrico e Filippo Zoi, che presenteranno “Favole per Irene”, all’interno di un progetto editoriale volto a finanziare le attività di Asa Onlus, Associazione Sindromi Autistiche.

Continua intanto presso gli spazi de “Il Giglio” il Laboratorio teatrale “Sogno di una notte di mezza estate”, ogni giovedì dalle 15.30 alle 17.30, a cura di Francesco Ferrieri e Alessio Martinoli.

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